IL MOSTRO DI FIRENZE

IL PRIMO SERIAL KILLER ACCERTATO ITALIANO

Ci troviamo nella campagna fiorentina, tra il 1968 ed il 1985, quando furono ammazzati ben sedici giovani ragazzi. In alcuni casi, dopo essere stati uccisi,  gli venivano inferte numerose pugnalate e asportato il pube, mentre alle ragazze veniva tagliato il seno sinistro.

Lo stesso modus operandi riscontrato nei numerosi cadaveri fece pensare che si trattasse dello stesso individuo. Fu questo il primo caso accertato di omicida seriale italiano, divenuto in seguito noto come il “Mostro di Firenze”.

LE VITTIME

Le prime vittime del serial killer furono due amanti che si erano appartati in macchina; il mostro sparò diversi colpi fino ad ucciderli entrambi. Tralasciò però un piccolo dettaglio… il figlio di lei, spesso portato dalla donna durante i suoi incontri amorosi, sostanzialmente per fare “il palo”.

Le indagini condussero subito al marito della donna, Stefano Mele. Tuttavia, c’erano molti dubbi sulla sua colpevolezza: era un uomo di indole pacata, succube della moglie e, nonostante sapesse da tempo dei suoi tradimenti, non aveva mai avuto un atteggiamento violento nei suoi confronti. All’inizio l’uomo negò tutto, cercando di dare la colpa agli altri amanti della donna, ma venne condannato a 14 anni di carcere.

Qualche anno più tardi, un’altra coppietta venne ritrovata in un luogo appartato, trucidata a colpi di pistola; questa volta l’assassino si era accanito in particolar modo contro la donna, che fu pugnalata per ben 96 volte (giusto per assicurarsi che fosse morta, non si sa mai) e penetrata nella vagina con un ramo di vite. 

Con le successive coppiette si assiste all’evoluzione nel modus operandi, arrivando ad asportare alle donne l’intero pube.

Le ultime vittime furono due campeggiatori. Lei morì sul colpo; lui tentò di scappare invano, ma venne raggiunto e ucciso a coltellate. Il mostro strapperà una parte del seno sinistro di lei e lo spedirà alla procura della repubblica di Firenze. Il regalo fu poco gradito.

IL VAMPA E I COMPAGNI DI MERENDE

Ci sono molti aspetti oscuri in questa vicenda che, ad oggi, ancora non sono stati svelati. Nel 1991, alla luce di nuovi indizi, le indagini si concentrarono su Pietro Pacciani, soprannominato “il vampa” a causa del suo temperamento aggressivo. Alcuni testimoni lo videro aggirarsi nei dintorni dei luoghi degli omicidi. 

Pacciani venne condannato, ma poi assolto in secondo grado. Successivamente, nel 1996, la cassazione annullò l’assoluzione e dispose un nuovo processo d’appello; tuttavia, il processo non ci fu mai, in quanto morì nel 1998. Tutt’ora, in tanti hanno seri dubbi sulla colpevolezza di Pietro. 

Durante il primo processo vennero chiamati a testimoniare alcune delle persone più vicine a Pietro Pacciani, primo fra tutti, Mario Vanni. Mario era un vecchietto ignorante e alcolizzato che però, forse proprio grazie alla sua miserabile condizione, suscitava forte ilarità in aula con battute deliranti inneggianti al duce. La proprietà intellettuale dell’appellativo “compagni di merende” si deve proprio a Mario che, alla domanda: «signor Vanni, ma lei che lavoro fa?» rispose: «io sono stato a fa le merende coi Pacciani».

Da semplice testimone verrà infine indagato e condannato per quattro degli otto duplici omicidi (peccato che nel 2004 la pena fu sospesa per motivi di salute, poiché affetto da demenza senile!). Proprio Vanni fornì il nome di un altro presunto complice, Giancarlo Lotti, il terzo “compagno di merende”. Lotti, dapprima ammise di essere stato presente ai delitti, ma accusò Pacciani e Vanni dell’esecuzione materiale. In seguito confesserà di aver preso parte anche lui ad alcuni di questi omicidi, ma la sua confessione non fu considerata attendibile in quanto aveva un ritardo mentale e probabilmente cercava solamente uno sconto di pena.

UN CASO ANCORA PIENO DI DOMANDE

Sono ancora molti i misteri che ruotano intorno al caso, tra cui i dubbi sul movente dei compagni di merende. Sul conto bancario di Pacciani, ad esempio, furono trovate cospicue somme di denaro, troppo ingenti per un agricoltore dell’epoca (superavano l’equivalente di 100 mila euro odierni). Una delle ipotesi, mai del tutto confutata, fu che Pacciani e compari avessero ricevuto quel denaro per eseguire questi omicidi su commissione. Se, da un lato, alcune coincidenze lasciavano pensare ad un collegamento tra le vittime e i “compagni di merende”, non furono mai trovate prove certe del coinvolgimento dei tre in questi atroci delitti.  

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