Verona, agosto del 1976: il senzatetto Guerrino Spinelli, il cui unico peccato fu quello di trovarsi al momento sbagliato nel posto sbagliato, viene chiuso dentro la sua Fiat 126 e bruciato vivo.

Nel dicembre dello stesso anno fu ritrovato il cadavere del cameriere omosessuale Luciano Stefanato, ucciso con 30 coltellate.  Quando fu scoperto il cadavere aveva ancora i coltelli conficcati nella schiena. L’anno dopo, un tossicodipendente di appena 22 anni subì la stessa sorte.

UNA TERRIBILE SCIA DI SANGUE

Fino a quel momento non fu individuato alcun legame tra le tre morti ma, nel

novembre del 1980, arrivò alla redazione del gazzettino di Mestre una lettera di rivendicazione. All’interno spiccava l’aquila del terzo reich, una svastica e informazioni dettagliate sui coltelli e le molotov usate nei tre omicidi: era firmata Ludwig. Un mese dopo l’invio della lettera, la serie di omicidi riprese con Alice Maria Beretta, una prostituta 52enne uccisa a colpi di ascia e martello

Gli inquirenti erano disorientati: non c’era un movente o un collegamento chiaro fra le vittime. Anche la vittimologia era contrastante; si seguì anche la pista del terrorismo (siamo nel pieno degli anni di piombo e il clima del paese è pesante… sai, il piombo…) che fu presto abbandonata poiché nessuna delle sue vittime era un esponente di spicco dell’epoca.

UN’ALTRO GIRO

Nel maggio dell’81 Ludwig continuò il suo giro sulla giostra della morte: diede fuoco a un rifugio per senzatetto e tossicodipendenti causando la morte di un diciassettenne, Luca Martinotti. Dopo l’incendio, spedì un’altra lettera in cui rivendica il fatto. Scrive di nazismo, morte e sterminio ed è a questo punto che gli inquirenti iniziano a definire il profilo di del serial killer: un’estremizzazione perversa di un mondo ideale, ripulito da ogni uomo considerato in qualche modo peccaminoso. Omosessuali, tossici, prostitute… andavano tutti eliminati

…E I SACERDOTI?

Luglio dell’82. Ludwig colpisce ancora uccidendo a martellate padre Gabriele Ficato e padre Giuseppe Lovato mentre passeggiavano tranquillamente per le vie di Vicenza. Meno di un anno dopo fu trovato morto un altro sacerdote, Armando Bison, con un punteruolo conficcato nel cranio sul quale era stato appeso un crocifisso. Nel maggio dell’83 le cose continuano a peggiorare, il senso di giustizia di Ludwig è implacabile e la sua attenzione questa volta cade sul cinema a luci rosse “Eros”, a Milano, dandolo alle fiamme senza pietà.

Nel rogo questa volta sono morte sei persone e altre 32 sono rimaste ferite. Nel dicembre dello stesso anno Ludwig si sposta fuori dall’Italia e va ad Amsterdam al sexy club “Casa Rossa”, il luogo perfetto per lo sterminio di cui parlava nelle sue lettere. Appiccò il fuoco e le fiamme divamparono uccidendo ben tredici persone.

Questo modus operandi sembra piacergli al punto che, appena un mese dopo, nel gennaio dell’84, dà fuoco alla discoteca “Liverpool”, questa volta a Monaco Di Baviera. Nel rogo morì una cameriera e altre sette persone rimasero ferite. Nella lettera di rivendicazione scrisse “al Liverpool non si scopa più”.

LEGGERE IL GAZZETTINO UFFICIALE FORSE SERVE A QUALCOSA

Ci spostiamo a Mantova, è il 4 marzo dell’84 e in una discoteca è in corso una festa in maschera di carnevale. Uno strano individuo vestito da Pierrot apre la porta di emergenza e fa entrare un suo complice. Insieme iniziano a spargere ovunque della benzina tentando di incendiare il locale, però non avevano considerato un piccolo fatto trascurabile: per legge i locali pubblici italiani si erano da poco dovuti dotare di rivestimenti ignifughi, quindi l’incendio non è divampato ed è stato subito spento dagli addetti alla sicurezza. I due sono stati immediatamente accerchiati dai buttafuori e poi arrestati dalla polizia che tra l’altro li ha salvati dal linciaggio. Una volta arrestati si scoprono le motivazioni del gesto e iniziarono a saltare fuori collegamenti con tutta un’altra serie di omicidi, proprio quelli firmati Ludwig. 

MA CHI ERA LUDWIG?: THE JUSTICE LEAGUE

Ludwig era lo pseudonimo con cui questi due pazzi rivendicavano i propri crimini: Marco Furlan e Wolfgang Abel. I due vengono entrambi da famiglie benestanti dell’alta borghesia: Marco vive a Verona, si sta laureando in fisica ed è figlio del primario del centro ustioni dell’ospedale civile maggiore; Wolfgang invece viveva nella vicina Negrar di Valpolicella, si è laureato in matematica col massimo dei voti ed è figlio di un consigliere delegato di una compagnia assicurativa.

I due super amici si sono conosciuti alle superiori e sono subito diventati compagni, uniti da un ideale comune: il desiderio di ripulire il mondo che ai loro occhi ormai è troppo deviato. Chiacchiere innocenti finché restano parole, ma da quei pomeriggi passati a discutere in piazza Vittorio Veneto però sono passati ai fatti quando nell’agosto del ‘77 hanno bruciato vivo il senzatetto Guerrino Spinelli.

UNA SENTENZA ESEMPLARE

Alla fine sono stati condannati per quasi tutti e 28 gli omicidi,  tranne uno. Furono assolti per la morte del diciassettenne Luca Martinotti, quello bruciato vivo nel rogo del rifugio in quanto “pare” fu un incidente. Oltre a questo venne riconosciuta ad entrambi la semi infermità mentale, quindi alla fine, quando nell’87 sono arrivate le condanne definitive, la pena è stata relativamente breve: 30 anni di carcere ciascuno. 

Sono stati entrambi rimessi in libertà per decorrenza dei tempi di incarcerazione. Marco Furlan non perde l’occasione e scappa, ma fu catturato nel 95 a Creta. A Furlan l’idea del carcere proprio non gli va a genio, tant’è che cerca di impiccarsi con un lenzuolo, ma non era esperto di nodi quanto lo era di benzina e falò. Furlan è tornato in libertà nel 2010 e Wolfgang nel 2016, entrambi dopo un breve periodo di libertà vigilata.  

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