IL MOSTRO SENZA NOME DI UDINE

SCARRAFONE SENZA VOLTO

Il mostro di Udine, meglio noto come Jack lo scarrafone, fu protagonista di una delle vicende più nere della criminologia italiana, seminando il panico in una città già devastata dal terremoto del Friuli e dalle B.R.

Tuttavia, a differenza di Jack lo squartatore, le sue macabre gesta passarono in sordina, forse perché avrebbe tolto odiens al mostro di Firenze (che invece fece grande scalpore all’epoca) o, molto probabilmente, perché le vittime erano persone ai margini della società e nessuno ne avrebbe sentito la mancanza. Addirittura si pensò che fosse un complotto per liberare le strade dalla prostituzione, da tossici e alcolisti.

I casi riconducibili al mostro di Udine ebbero luogo tra il 1971 e il 1989. Furono almeno 14 le vittime accertate, anche se solo 4 degli omicidi presentavano similitudini tra loro.

LE VITTIME

Maria Carla Bellone, 19 anni, eroinomane e prostituta, fu ritrovata il 16 febbraio del 1980 sotto un filare di gelsi; aveva un taglio netto sul collo e un altro taglio chirurgico a forma di “S” che andava dal petto all’inguine, evitando l’ombelico.

Il 24 gennaio del 1983 venne trovato un altro corpo, questa volta abbandonato in un campo di mais. Era il cadavere di Luana Gianporcaro, 22 anni, anch’essa prostituta, uccisa con lo stesso modus operandi: era stata sgozzata e squarciata con due lunghi tagli che scendevano dallo stomaco all’inguine, evitando sempre l’ombelico. A differenza della prima vittima, Luana aveva le mani legate con la sua stessa borsetta.

Il 3 marzo del 1985 fu la volta di Aurelia Januschewitz, una prostitute di 42 anni con un passato segnato da continui ricoveri in ospedali psichiatrici. Anche lei venne ritrovata in una stradina di campagna, sgozzata e scannata con i soliti tagli sull’addome a cui, stavolta, se ne aggiunse un terzo.

Nel 1989 fu ritrovato un quarto cadavere, quello di Marina Lepre, che permise di collegare tutti gli omicidi sotto un unico coltello. Marina non era una prostituta, ma una ragazza proveniente da una buona famiglia che però non stava passando un bel periodo a causa della separazione dal marito e dei suoi problemi di alcolismo.

Tutte le domeniche la figlia di 9 anni la andava a trovare con il nonno, ma la mattina del 26 febbraio Marina non era in casa. Fu ritrovata morta in un viottolo in campagna, sgozzata e con un minuscolo taglio sull’addome a confermare la firma del killer di Udine, anche se incompiuta. Fu un giovane carabiniere, Edi Sanson, a ritrovare la donna; ancora oggi collabora alle indagini nella riapertura del caso del mostro di Udine. 

È probabile che, analogamente al caso di Jack lo squartatore, l’assassino sia una persona pratica di incisioni, come un chirurgo o un macellaio. Dalle indagini più recenti è emerso che il modus operandi era sempre lo stesso: prima le strangolava, poi le sgozzava ed, infine, le smembrava.

E PUR MI SON SCORDATO DI TE…

Edi Sanson, all’epoca dei fatti, decise di ritornare sul luogo del delitto di Marina Lepre, a meno di 24 ore dal ritrovamento del cadavere. Notò una macchina, un maggiolone verde, che sostava proprio nelle vicinanze della scena del crimine. Quando si avvicinò al veicolo e chiese il documento al vecchio signore nell’abitacolo, un particolare attirò subito la sua attenzione: l’uomo era un medico chirurgo. Tuttavia, in mancanza di prove concrete, gli restituí il documento e decise di pedinarlo. Il vecchio parcheggiò davanti ad una chiesa. Uscito dalla macchina si inginocchiò e cominciò a recitare una litania in latino. A quel punto il giovane carabiniere si decise a portare l’uomo in caserma. Dall’interrogatorio emerse che il chirurgo non frequentava donne, ma si intuiva che aveva un qualche disturbo psichico. Quando lo accompagnarono nella sua abitazione, li accolse un uomo in vestaglia che disse di essere il fratello. La casa era in condizioni disastrose, piena di polvere, sporca e scarsamente illuminata. 

DUE FRATELLI IN CARRIERA

Al fratello del chirurgo venne chiesto di rilasciare una dichiarazione in caserma da cui emersero informazioni interessanti: il chirurgo non aveva mai esercitato perché affetto da schizofrenia cronica. L’uomo era stato rinchiuso nel manicomio di Udine per molti anni dove, su autorizzazione del fratello e della madre, subí una terapia a base di elettroshock. Le prove a suo carico comunque erano insufficienti. Inoltre non era solito uscire di notte e la sera dell’omicidio era a casa a vedere il film “per qualche dollaro in più”. 

A seguito delle investigazioni dei carabinieri vennero a galla altri due particolari: il fratello non poteva più esercitare come avvocato in quanto aveva rubato delle monete per ripagare dei debiti di gioco; infine il mancato chirurgo venne visto mimare un’operazione su un paziente invisibile con gli attrezzi del mestiere, proprio nelle vicinanze dei luoghi in cui furono ritrovate Marina Lepre e Maria Carla Bellone. 

Nonostante i sospetti sul medico fossero tanti, non c’erano prove certe della sua colpevolezza, per cui nel 1997 venne chiesta l’archiviazione dell’inchiesta. Circa dieci anni più tardi, il “candidato perfetto a essere il mostro di Udine” (come riporta il Corriere della Sera) morì. 

Probabilmente gli omicidi sono troppi da attribuire ad un solo killer, anche se è affascinante la teoria dell’evoluzione del modus operandi a partire dall’accoltellamento fino a culminare con lo sgozzamento e lo sventramento delle vittime. In ogni caso, essendo state tutte archiviate, ormai è quasi impossibile capire chi fu il vero killer.

 

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