ROBERTO SUCCO

Per la rubrica “le semi libertà approvate a persone poco raccomandabili”, non si può non citare la storia di Roberto Succo, un ragazzo che avrebbe vissuto sicuramente un’altra vita se non fosse per le maniche larghe della giustizia italiana. Un serial killer che avremmo evitato volentieri, guadagna un posto nella top ten su “pupazzi da legare”.

L’INFANZIA

Roberto Succo nasce a Mestre, in provincia di Vicenza nel 1962. Fin da piccolo ha un carattere introverso e non ama stare a contatto con le persone. Appassionato di scienza, si diverte a sezionare piccoli animali come lucertole, topi e, a volte, qualche gattino. Vuole vedere cosa c’è dentro le persone, cosa li spinge a muoversi. 

La madre ha un atteggiamento ossessivo e non permette al piccolo Roberto di esprimersi. Roberto stesso, durante un esame psichiatrico, descriverà la madre oppressiva come un drago a due teste.

IL PRIMO OMICIDIO

Compiuti i 18 anni, i litigi con la madre, che gli vieta di prendere la macchina del padre per uscire, si fanno sempre più frequenti. All’ennesima discussione, Roberto perde il controllo e la uccide accoltellandola ben 32 volte. Al padre riserva lo stesso trattamento, anche se stavolta sceglie come arma del delitto un’accetta. Nasconde quindi i cadaveri nella vasca da bagno, ricoprendoli d’acqua per mascherarne l’odore. Ormai libero da quella vita opprimente, prende la macchina e scappa via, non curante delle tracce lasciate.

IL PRIMO ARRESTO

I sospetti dei carabinieri per l’omicidio dei due coniugi ricadono immediatamente su Roberto. Dopo due giorni di ricerche, il ragazzo viene arrestato a Forlì all’uscita di una pizzeria e, nella sua macchina, vengono ritrovati una serie di coltelli e munizioni. Roberto dapprima dichiara di essere un poliziotto, un agente segreto, e accusa la polizia dell’assassinio dei genitori. In seguito confesserà l’omicidio della madre asserendo che era stato un incidente, l’avrebbe finita a coltellate solamente per pietà e avrebbe fatto lo stesso con il padre per non farlo soffrire.

LE GIOIE DELLA GIUSTIZIA ITALIANA: LA FUGA E GLI EFFERATI CRIMINI

In prigione si diploma e riesce anche ad ottenere dei permessi per uscire dal carcere. In tutto deve scontare 10 anni ma dopo soli 4 anni, nel 1986, ottiene un altro permesso ed evade, facendo perdere le sue tracce.  

Nel 1987, Roberto si rifugia in Francia con dei documenti falsi; da qui in poi si farà chiamare Kurt. Nello stesso anno si introduce nella stanza di una ragazza di nome Brigitte e la violenta, minacciandola con una pistola. Nonostante portasse una calza in testa, la ragazza fornisce un identikit che corrisponde a quello di Roberto Succo. 

Sempre nell’87, a Savoia, uccide Andrè Castillo con un colpo di pistola alla carotide; il corpo fu trovato vicino l’auto della vittima, lasciata aperta. Da quanto emerse dalle indagini, in realtà fu ucciso a 50 km dal luogo del ritrovamento, a Veryer du Lac. 

Nel 1988, dopo una rissa davanti una discoteca, un ragazzo resta ferito al ventre da un colpo di pistola che lo paralizza a vita. Due ragazze riferiscono alla polizia il nome dell’assalitore, Andrè, e forniscono l’indirizzo di un albergo dove quest’ultimo si era recato con un’altra loro amica. L’ispettore Morandin e il suo secondo giungono sul posto, ma l’uomo non è nella stanza. Roberto (alias Andrè), subito dopo averli visti entrare, li sorprende alle spalle e li ferisce con un colpo di pistola. L’ispettore tenta la fuga, ma Succo lo insegue e lo uccide con un colpo alla nuca.

L’ARRESTO DEFINITIVO

Le ricerche del killer proseguono e conducono ad un appartamento dove sembra vivesse quest’ultimo. Dentro vennero ritrovati documenti, un arsenale di armi e il dittafono del padre di Brigitte, la ragazza violentata un anno prima a Savoia. Nel registratore, c’era la voce di un uomo che parlava in francese con accento italiano. Le foto dei documenti, che ovviamente erano tutte della stessa persona, vennero diramate per tutto il paese.

Dopo vari spostamenti dalla Francia alla Svizzera e dalla Svizzera all’Italia, Roberto Succo venne infine arrestato in Veneto nel 1988.

LA MORTE

Trasferito nel carcere di Livorno, tenta una nuova fuga che sfocia in una scena di esibizionismo; sale sul tetto del carcere, si denuda e comincia a lanciare tegole ai giornalisti. Si appende poi ad un cavo d’acciaio ma cade rompendosi due costole.

Viene quindi trasferito a Vicenza in un carcere più sicuro, in isolamento. Infine, ormai stanco, si suicida soffocandosi con una bombola di butano.

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