SONYA CALEFFI

SONYA CON LA Y

Esistono varie categorie di serial killer. Non sempre si riesce a capire cosa spinga queste persone a mietere più e più vittime, ma a volte è proprio un senso di giustizia estremizzato, che sfocia nell’omicidio: in questi casi si parla di angeli della morte. Un esempio tutto italiano è la storia di Sonya Caleffi.

Sonya uccise, per la maggior parte, persone in terapia intensiva anticipando di poco una morte già certa. Decise di ucciderle con un modus operandi comune agli angeli della morte, un’iniezione letale. 

Sonya nacque a Como negli anni ‘70. Era una ragazza introversa, depressa e con problemi a casa, specialmente con la madre.

A 15 anni ha sofferto di anoressia e tentò il suicidio più volte, motivo per cui fu costretta ad una terapia psichiatrica. Sonya era spesso vittima di atti di bullismo da parte dei suoi compagni a causa della sua altezza considerata eccessiva per la sua età. Nonostante ciò, aveva un sogno nel cassetto: diventare infermiera. Dopo essersi diplomata, cominciò a frequentare dei corsi specializzandosi in infermeria. Si sposò con un falegname, da cui divorziò dopo 6 mesi per i continui litigi. In seguito andò a convivere con un radiologo, ma anche questa volta il rapporto non durò a lungo. Alla fine si ritrovò da sola.

LIBRI DA EVITARE

Sonya lavorava in un ospedale di Como e i suoi pazienti principali erano anziani in terapia intensiva. Nonostante fossero persone ad alto rischio, le morti di questi anziani erano comunque troppe rispetto alla media e, nell’ottobre del 2004, le indagini portarono al nostro angelo della morte. Tra le prove schiaccianti, oltre ai turni che coincidevano con le morti dei pazienti, nella casa di Sonya furono trovati molti libri con titoli che richiamavano la morte o una condizione di esistenza disagiata: “Donne invisibili” di Fabiola De Clercq, “Sprecata” di Marya Hornbacher, “La morte è amica” di Marie de Hennezel e “Veronika decide di morire” di Paulo Coelho. Alcune frasi di questi libri erano sottolineate e riportate su dei quaderni in cui Sonya cercava, con una logica controversa, di dare un senso generale a tutto ciò che riguardava la morte. Inoltre, in quegli stessi quaderni, vennero trovati i dati di alcune vittime accompagnati da croci e appunti deliranti.

IL MODUS OPERANDI 

La storia è piena di infermieri come Sonya Caleffi, molti dei quali scelgono come modus operandi metodi più “delicati”, che portassero meno sofferenza possibile alla vittima, tra cui l’embolia gassosa tramite iniezioni d’aria nelle vene dei pazienti. 

Nel caso di Sonya, furono 5 le morti accertate. C’erano però altre 18 morti che presentavano analogie simili e coincidevano con il periodo lavorativo dell’infermiera killer. Il suo caso è comunque particolare; molti degli angeli della morte hanno giustificato le loro azioni con il desiderio di alleviare le sofferenze altrui. Sonya, invece, voleva creare situazioni di emergenza in modo da essere sempre presente durante l’intervento dei medici, per attirare l’attenzione su di sé. Non si sa ancora se si trattasse di un delirio di onnipotenza o semplice empatia nei confronti delle vittime.

LA CONDANNA

A Sonya non fu data l’infermità mentale, anche se da alcune perizie non risultava lucida. Appena catturata confessò alcuni degli omicidi, per poi ritrattare subito dopo dicendo che non ricordare nulla. Altre volte affermò addirittura di non essere stata in sé, come se avesse cambiato personalità.

Nel 2008, venne condannata in primo grado a 20 anni di reclusione e la sua storia andò persino in televisione su Rai 3, nel programma “Storie maledette”. Il 25 ottobre del 2018 scontò la sua pena, dopo soli 14 anni di reclusione. Ora cerca lavoro. (CV in descrizione)

 

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